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La lampada l’occhio e la luce interiore

Immagine del redattore: andrea bertolini
andrea bertolini
10 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min



“Voi siete la luce del mondo”, afferma Gesù nel Vangelo di Matteo. Subito dopo aggiunge che nessuno accende una lampada per nasconderla sotto un recipiente: la pone sul candelabro perché illumini la casa. La luce non viene presentata come qualcosa che dobbiamo ricevere passivamente. È già presente, ma può rimanere coperta, soffocata o dispersa.


Poco più avanti compare un’immagine ancora più enigmatica: “La lampada del corpo è l’occhio”. Se l’occhio è limpido, tutto il corpo sarà nella luce; se è malato, il corpo sarà nelle tenebre. Gesù non sta parlando soltanto della vista fisica. Indica la qualità della percezione, il modo in cui guardiamo noi stessi, gli altri e il mondo.


Nella vita ordinaria crediamo di vedere le cose come sono. In realtà, lo sguardo è continuamente deformato da desideri, paure, pregiudizi e identificazioni. Due persone osservano lo stesso avvenimento e vi leggono realtà opposte. L’occhio interiore diventa “semplice” quando l’attenzione non è divisa fra ciò che accade e le reazioni automatiche che lo ricoprono.


Questa immagine possiede una sorprendente affinità con il lavoro di osservazione di sé. Non possiamo trasformare ciò che non vediamo. Ma vedere non significa giudicarsi: il giudizio aggiunge un’altra ombra. Occorre una luce sobria, capace di mostrare un pensiero, una tensione o un’emozione senza identificarsi immediatamente con essi.


La luce possiede anche un carattere esigente. Quando aumenta, non mostra soltanto qualità piacevoli, ma rende visibili contraddizioni e automatismi che preferiremmo ignorare. Per questo una reale conoscenza di sé richiede coraggio: non possiamo chiedere illuminazione e, nello stesso tempo, conservare intatte tutte le nostre illusioni.


La lampada non è accesa soltanto per chi la porta. La luce autentica diventa visibile nelle azioni, nella parola e nel modo di stare in relazione. Per questo Gesù collega il suo splendore alle “opere buone”: non all’esibizione religiosa, ma a una qualità dell’essere che rende più chiaro anche lo spazio intorno a noi.


Possiamo esercitarci con una domanda molto semplice. Quando guardiamo una persona o una situazione, quanto vediamo realmente e quanto stiamo proiettando? In quell’istante l’occhio comincia a purificarsi e la lampada, forse, riceve un poco più di aria.

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