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Il granello di senape e il lievito

Immagine del redattore: andrea bertolini
andrea bertolini
10 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min


Per descrivere il Regno dei cieli, Gesù sceglie due immagini quotidiane e quasi invisibili: un granello di senape e una piccola quantità di lievito. Non parla di una potenza che irrompe rumorosamente nel mondo, ma di qualcosa che all’inizio può essere trascurato e che tuttavia possiede una straordinaria capacità di sviluppo.


Il seme di senape è piccolissimo. Se tenuto in mano sembra non contenere nulla, eppure custodisce la possibilità di una pianta capace di offrire riparo agli uccelli. Così avviene per un momento di autentica presenza. Può durare pochi secondi e apparire irrilevante rispetto alle molte ore trascorse nella meccanicità. Ma quel momento appartiene a un’altra qualità di coscienza. Se viene ricordato e nutrito, crea radici.


Il lievito agisce in modo diverso. Non cresce accanto alla farina: entra nell’impasto e lo trasforma dall’interno. La donna della parabola lo nasconde in una grande quantità di farina “finché tutta sia fermentata”. È un’immagine molto vicina al lavoro interiore. Una nuova qualità non sostituisce immediatamente le nostre abitudini, ma comincia a operare nel mezzo della vita quotidiana. Pensieri, emozioni e azioni rimangono apparentemente gli stessi, mentre lentamente cambia il principio che li anima.


Nella Quarta Via potremmo avvicinare questa immagine alla formazione di un centro di gravità più stabile. All’inizio l’osservatore è debole e intermittente; viene continuamente assorbito dalle diverse personalità. Con il tempo, però, può diventare come un lievito capace di mettere in relazione parti prima separate dell’essere.


Il lievito lavora nel silenzio e non possiamo accelerarne arbitrariamente l’azione. Questa pazienza attiva è diversa dall’attesa passiva: occorre impastare, custodire la giusta temperatura e lasciare che il processo segua le proprie leggi. Anche l’interiorità ha ritmi che non coincidono con l’impazienza della personalità.


Entrambe le parabole ci proteggono da un errore comune: disprezzare i piccoli inizi. Attendiamo una grande esperienza, una rivelazione o un cambiamento definitivo e non riconosciamo il seme che ci è già stato affidato.


La domanda, allora, non è se possediamo già un albero, ma se stiamo custodendo il granello. Non è se tutto il nostro essere sia trasformato, ma se abbiamo introdotto nell’impasto un elemento vivo e gli concediamo il tempo necessario per agire.

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